CRITICA

GIOVANNI BIANCHI

FELICE CARENA

DIEGO VALERI

VIRGILIO GUIDI

TONI TONIATO

NICO STRINGA

ARMANDO PIZZINATO

PAOLO RIZZI

SILVIO BRANZI

ASSUNTA CUOZZO

ELDA BORDIN

FRANCESCO OCCHI

ALDO PERO


critica

 

GIOVANNI BIANCHI

(da Luigina de Grandis – 1923-2003, Ed. MArcianum Press, Venezia, 2015)

[…]

A sottolineare il suo “spirito” attivo e pieno di idee non mancano anche iniziative di carattere organizzativo come il premio Città di Legnago che nasce nel 1955 da una proposta della pittrice sostenuta dalla sezione veneziana della FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari).

[…]

Tramite l’intensità espressiva del colore l’artista realizza sintesi cromatiche del paesaggio dove i particolari hanno perso ogni ragione d’essere. E’ l’orchestrazione e l’accostamento dei colori, stesi con pennellate larghe e dinamiche, a evocare una visione animistica della natura. La rappresentazione della campagna diviene così un pretesto per proporre una personale interpretazione della natura; una natura che risiede nella sua memoria, legata ai luoghi visti e “vissuti”, e che si manifesta nella realizzazione di paesaggi intimi ed emozionanti, vibranti di luce.

[…]

In un testo di carattere autobiografico Luigina, parlando in prima persona, sottolinea come “le foglie a un certo punto sono diventate per me come l’immagine o la metafora della fragilità e della caducità dell’esistenza singola, mentre nella pianta scorreva perenne e sempre si rinnovava la linfa della vita. Non è che io mi sia proposta queste cose come dei temi prefissati; sono nati da sè, in quell’unico discorso che io so fare, che è la pittura”.

[…]

Negli ultimi anni di attività inevitabilmente l’artista riduce il numero di mostre ma non smette certo di dipingere e nella sua ricerca si impongono alcuni nuovi temi tra cui quello delle Clessidre.

In ultimo le cosiddette clessidre che penso siano l’immagine del tempo che scaturisce dal mistero estremo dell’eternità“. (appunto per un testo autobiografico databile intorno ai primi anni ’90 – Archivio de Grandis Marabini)

Immagine simbolica di un tempo che passa in modo lento, costante e inesorabile, la clessidra corrisponde nel ciclo umano alla morte ma esprime anche una possibilità di rovesciamento del tempo, un ritorno alle origini. La sua forma caratterizzata da due comparti collegati da un foro sottilissimo mostra l’analogia e l’interscambiabilità tra alto e basso, giacchè per farla funzionare bisogna rovesciarla continuamente, in essa vuoto e pieno si avvicendano, vi è un passaggio continuo del superiore all’inferiore, cioè dal celeste al terreno e viceversa. Infatti la clessidra per gli alchimisti rappresentava l’equilibrio terrestre, dove la parte superiore di essa raffigurava il cielo e la parte inferiore la terra: l’energia fluiva dal cielo alla terra in un ciclo infinito, e rappresentava anche l’equilibrio tra la vita mortale e quella spirituale. E così sembrava intenderla anche la de Grandis che intitola un suo dipinto Clessidra cosmica (1992)


critica

 

FELICE CARENA

Venezia, 1958
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

Luigina de Grandis secondo il mio modo di sentire e vedere, è tra le poche pittrici e potrei dire anche tra i pochi pittori che ancora vedono nella realtà e nella sua infinita poesia e infinito modo di interpretarla e sanno guardarla questa realtà con amore e purezza di cuore.
La de Grandis interpreta con semplicità tutte le cose che ama, dall’uomo agli alberi, al cielo, alle cose tutte dell’universo, ed è per questa sua amorosa attenzione e quasi primitiva semplicità ch’io da anni mi interesso di Lei e seguo lo svolgersi del suo lavoro.


critica

 

 

DIEGO VALERI

Venezia, 20 aprile 1966
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

Il mondo pittorico di Luigina de Grandis è, a mio parere, un mondo vero, perchè nasce da un sentimento vero prendendo poi forma da un travaglio di fantasia non meno spontaneo che lucidamente cosciente e razionalizzato.

Luigina de Grandis ha, come ogni vero artista, i suoi temi prediletti e caratteristici; ma non se ne fa prigioniera.

Ama, su tutto, gli alberi, le piante, i fiori: pioppeti esili, velati appena dal tenero piumaggio primaverile; nude vigne contorte e ripiegate su se stesse, che inscrivono strane lettere oscure sullo sfondo pallido del cielo; fiori bianchissimi, cerei sbocciati da cespi di un cupo verde metallico; e poi vaghi incroci e intrecci di segni luminosi, vibranti, dietro i quali le forme si celano e sembrano dissolversi, al sorgere del sole, al tramontare del sole: splendidi giochi cromatici, sciolti da ogni servitù “oggettiva”, ma disciplinati a un rigoroso ordine interno, a una superiore legge di armonia.

Infine c’è anche la figura umana; e qui è facile constatare che Luigina de Grandis opera con lo stesso procedimento, cioè con lo stesso amore, che le apre la via alla conquista del mondo vegetale e delle sue atmosfere.

Bisogna rilevare per altro che la figura, per lei, è sostanzialmente il ritratto (a parte alcune notevolissime composizioni sacre); e che i ritratti da lei dipinti nel corso di 20 anni (o, più precisamente, i migliori) sono tutti di persone care, di persone del suo sangue. Credo di non sbagliarmi indicando in ciò una riprova del suo profondo e affettuoso sentire, di quella sua “gravitè de coeur” che è l’anima stessa della sua pittura di “paesaggio”. Un solo “genere” mi pare non sia nelle grazie di Luigina de Grandis: la “natura morta” propriamente detta: l’oggetto-oggetto. E si capisce, dato il suo temperamento, dato che è una creatura tutta viva, così com’è tutta vera.


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VIRGILIO GUIDI

Venezia, 1964
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

[…]

D’altronde è innegabile che pur essendo la natura al fondamento della sua personalità, da questa ne trae il senso, lo spirito, che poi sono la stessa cosa e non è mai stata Ella schiava dell’oggetto neanche quando l’oggetto le era necessario. A tale personalità occorre che la sensazione e la mente siano d’accordo; ma questo non sarebbe se la forza del sentimento non si muovesse spiegata e convinta e capace di trovare gli elementi espressivi. Avviene che per via di essi un contenuto chiaro e segreto ad un tempo è nelle sue opere, a volte lirico, a volte drammatico, semplicemente e dignitosamente umano.

E’ come se tutte le cose dette fossero parti di un tutto, il tutto è qui la poesia. Infatti nella poesia, non preconcetta, sfociano le sue opere. Gli elementi di natura sono riportati quasi ad una vita originaria, distinti e legati, che è segreto a tutte le cose viventi.

E sarebbe caos se la geometria, che è la costruzione segreta del mondo non intervenisse a ordinare quegli elementi nello spirito di seconda nuova creazione. Ecco, dunque, esperienza di natura, coscienza geometrica delle cose, intervento dell’anima a muoverle e soluzione poetica.

Questa sua posizione è oggi molto singolare, in tempi in cui la natura si nega per incapacità di leggerla in novità di spirito.


Venezia, 1976
(Cartella di Opere Grafiche; presentazione autografa)

[…]

La de Grandis con sapienza traspone sulla carta la sua pittura e queste serigrafie vanno considerate opere pittoriche. Ella abolisce la bidimensionalità della serigrafia e/o della litografia e va in profondità.

Le immagini hanno una legge geometrica che si rivela nell’ovale in cui racchiude gli elementi della sua fantasia.

In questa cartella la pittrice si è incontrata con uno dei più semplici esempi della natura, quale è una foglia, e non ha rappresentato una foglia naturalistica, nè avrebbe rappresentato naturalisticamente un fogliame intero. E’ chiaro che, a ben vedere, l’immagine-foglia, chiusa in una forma ovoidale, ha intenzione di rivelarsi con ben altre necessità.

La pittrice cerca di risalire alla ragione delle cose e ai principi che sono al loro fondamento: nei quali principi interviene la geometria, il principio di evoluzione, il succedersi storico e lo stretto legame fra tutte le cose esistenti.

Obbediscono, queste forme, al perimetro dell’immagine che le accoglie. Il colore è sobrio, mai schematico, sensibile come quello della sua pittura.


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TONI TONIATO

Venezia, 1966
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

[…]

Verso il ’54-’55 la pittrice Luigina de Grandis giunge a una concezione più libera, senza però cadere in una evasione dall’oggetto; la natura è ancora per lei il polo necessario di un contatto più approfondito. Ora a lai interessa fermare soprattutto l’emozione attraverso lo stesso processo dell’atto pittorico, configurare cioè quella emozione in una immagine più pura, ma non meno pregnante di motivazioni umane, di esperienze esistenziali. Nella poetica del “neonaturalismo” questa pittrice ha un posto di rilievo che ci dimostra d’altra parte la continuità di una “tradizione” veneta, le origini quindi di una visione della natura, sensibile alle aperture del linguaggio moderno, ma fedele comunque alle ragioni più profonde di un patrimonio culturale originario, ai motivi più veri della propria ispirazione.

Sino al ’60 la sua pittura è pertanto una ricerca di approfondimento, in una continua partecipazione esistenziale, al sentimento della natura espresso in un urgente panico di trasalimenti luminosi, di moti tonali, di forme convulse, fino a giungere ad una sintesi del suo discorso pittorico, alla conquista poetica della realtà. E’ questa una conquista che appartiene al destino dell’artista e la pittura della de Grandis ne è oggi una esemplare testimonianza.

[…]


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NICO STRINGA

(da La Pittura nel Veneto – Il Novecento, Dizionario degli Artisti, Ed. Mondadori Electa, Verona, 2009)

[…]

Verso la fine degli anni ’50 nella pittura della de Grandis cominciano a farsi strada quelle forme curve, quasi ellittiche, che andranno a caratterizzare le opere degli anni successivi. Queste sono le fondamenta su cui poggiano i futuri cicli tematici della sua ricerca pittorica, legata ai soggetti delle “foglie” e dei “germogli”. Chiare sperimentazioni rivolte all’indagine del segno e del colore, che divengono liriche ed esplicite allusioni alla nascita, metafore della vita stessa. Questo ciclo, presentato anche nella sezione “arte decorativa” della Biennale di Venezia del 1970, e realizzato da elementi policromi in vetro, si conclude, verso la metà degli anni ’70, con il tema dedicato agli “autunni”, ultima allegoria sull’esistenza. Quest’ultima fase abbandona i precedenti toni luminosi, per soffocarli sotto il peso del colore sordo di questa stagione.

[…]

La sua lunga esperienza come insegnante, iniziata a Padova e proseguita a Venezia, la portò ad un periodo di profonda e meditata riflessione per quanto riguarda l’indagine di forme e colori, tanto da realizzare, nel 1984, il volume intitolato Teoria e uso del colore.

A sottolineare l’importanza di queste sue indagini, venne invitata ad allestire, nella sezione “Colore, Arte e Scienza” della Biennale di Venezia, tenutasi nel 1986, una esposizione basata appunto sui temi trattati nel libro.


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ARMANDO PIZZINATO

Venezia, maggio 1966
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

La de Grandis, educata alla scuola della Natura, la “sua” campagna se l’è portata a Venezia dentro di sè e quella sua campagna riesce sempre a farla rivivere sulla tela con la stessa tenacia e lo stesso amore del contadino che ad ogni stagione sa cavarne frutto diverso. Dalle ricordate stagioni, dalla Natura, la de Grandis sa trarre poeticamente stati d’animo sereni e teneri, struggenti come erba e tristi di gelidi alberi invernali crocefissi.

[…]

Ne fossi capace, per la de Grandis vorrei scrivere una pagina lirica che fosse l’equivalente della sua opera, una pagina sulla natura, sulla forza generatrice della terra, sulla bellezza generosa dei verdi, gialli, rossi e viola dei suoi alberi, sugli innumerevoli cieli sempre diversi, sulla loro luce.


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PAOLO RIZZI

1997
(da Luigina De Grandis, Dipinti dal 1947 al 1997, Ed. Associazione Culturale “S. Marco”, Quarto D’Altino, settembre 1997)

Tra allusività naturale e sensibilismo materico

[…]

Dopo i ritratti giovanili si passa agli anni ’60: anni in cui il gusto internazionale scaricava anche su Venezia il peso di un Informale nelle sue varie componenti di gesto, segno o materia. Luigina non sceglie nè l’eccitazione parossistica di Vedova nè la dilatazione lirica di Santomaso. Semmai resta vicina al colore sinfonico del vecchio maestro Saetti, con qualche pensiero anche alla ricerca di essenzialità luminosa di Guidi. Ma i riferimenti sarebbero incongrui. Il “Grande ramo” e l'”Albero”, entrambi del 1967, vivono d’una vita propria, in cui prepotente emerge nel fulgore del colore l’allusività naturale.

Così, in quello che è il ciclo più conosciuto dell’artista, le cosiddette “Foglie”, intorno al 1969-70, la natura d’un canto si fa veicolo d’una bellezza dolce e insieme stranita, preziosa come un mosaico bizantino e insieme densa come un frutto maturo; e d’altro canto trasmette proprio un senso di caducità delle cose, di trasmutazione, di profonda e severa esistenzialità. Le “Foglie” diventano, cioè, metafore. Ad esse si aggiungono, con gli anni, gli “Autunni” che ne sono la prosecuzione: addirittura la fine di un discorso lucreziano, georgico e nel contempo cosmico. C’è quasi un’estrema sofferenza: l’oro marcisce soffocato dalle foglie secche che si radunano malinconicamente. Dalla vitalità del seme al funereo presagio della morte.

[…]

Tornano i volti umani: ma non più come ritratti, bensì come ” Teste”, il cui vuoto centrale, così rarefatto, deve essere riempito dallo stesso osservatore. Non siamo lontani dalle audaci sperimentazioni dell’ultimo Arturo Martini, quando tentava, appunto, di “scolpire l’invisibile”, cioè l’anima. La luce da questo momento diventa per la pittrice il centro dell’interesse. Le “memorie” si accumulano: e sono ora gioiose, primaverili, sciolte in un sinfonismo cromatico di tipo musicale, ora invece meste, pensierose, sofferte. Prima le “Porte”, poi i “Varchi” alludono al passaggio verso qualcosa che è al di là: spiragli di trascendenza, simbologie di fronte alle quali si rimane col cuore sospeso. La pittura si è fatta più sgranata, opaca, filtrata attraverso la polvere sottile di marmo o di gesso, quasi come un affresco. Essa assorbe la luce in modo uniforme, dando la sensazione di una lontananza irreale, d’un silenzio ininterrotto.

Cos’ per le successive “Clessidre” eseguite negli anni9 tra il 1992 e il 1995, ancor più rarefatte, appena solcate dai segni alchemici che le avvolgono di mistero, e così per i recentissimi “Muri”, dove l’artista quasi riflette se stessa, il suo sguardo attonito aperto al mondo. Come accadeva a Leonardo con le sue “muffe” e “ceneri”, Luigina de Grandis cerca di cogliere dalle superfici scrostate e granulose una visione fantastica: lo spiraglio per una intuizione dell’infinito e dell’eterno.


critica

 

 

 

SILVIO BRANZI

Venezia, 1960
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

[…]

La natura non ha mai cessato per altro di ispirarla, ma sfrondata d’ogni casualità, d’ogni elemento contingente, per coglierne via via una certezza non vaga nè provvisoria, quasi un riverbero sentimentale, tramite un colore che nella delicata precisione delle stesure contrapposte cela una forza di istintiva e insieme conquistata esperienza.

Ed è, appunto, quel che oggi si vede nei dipinti della de Grandis, così felicemente evocativi d’un fantasma poetico che non distrugge la realtà nell’astrazione nè compromette questa in quella, ma si chiarisce limpido, rivelandosi quale una vera testimonianza dello spirito.


critica

 

 

 

ASSUNTA CUOZZO

(da Luigina de Grandis – Origini del suo sentire, Grafiche Marchesini, Angiari (VR), 2005)

[…]

Nel 2000, per i 250 anni dalla morte di Antonio Salieri, è invitata ad allestire una mostra per il famoso musicista, presso il Teatro a lui dedicato a Legnago (Vr). Qui ha esposto non solo i suoi quadri, che interpretano e rendono visibili le opere musicali dei grandi compositori fra i quali lo stesso Salieri, ed in quest’occasione ha anche regalato alla città uno stemma realizzato in pittura, dedicato al musicista legnaghese. A questo proposito scrive: “Nello stemma da me dedicato ad Antonio Salieri ho voluto sintetizzare nel linguaggio emblematico consentito al segno e al colore, l’interezza dell’uomo: nel fulgore della banda centrale l’eminenza del talento artistico, nei grigi luminosi delle bande laterali la serena fermezza delle qualità morali di un uomo in cui la fama e gli onori non offuscarono le naturali inclinazioni all’equità, alla benevolenza, al generoso soccorso verso i meritevoli non sostenuti da adeguati mezzi”.


critica

 

 

 

ELDA BORDIN

1966
(da De Grandis, Ed. Contemporarte, 1966)

[…]

Notizie più precise e più ricche sul “curriculum” della nostra Pittrice non sono difficili da reperire, per chi voglia saperne di più: presso gli archivi storici della Biennale di Venezia giace un’ampia documentazione sulla sua attività e in tutte le gallerie d’arte, in cui sono state esposte le sue opere; ma nessun archivio, nessun ufficio può darci la sua biografia intima, quella dei sentimenti, delle emozioni, degli slanci creativi, che possiamo intuire solo dalle opere perchè l’artista, già così restia a parlare dei suoi successi, è estremamente riservata su tutto ciò che riguarda la vita dello spirito. Dalle sue opere possiamo cogliere il “leitmotiv” che le anima e le rinnova continuamente un grande amore per la natura, per quella campagna che l’ha vista nascere e crescere, che l’ha affascinata fin dall’infanzia e che la vita cittadina non ha cancellato dal suo animo.


critica

 

 

FRANCESCO OCCHI

(da Luigina de Grandis – Origini del suo sentire, Grafiche Marchesini, Angiari (VR), 2005)

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Questa “ragazzina di campagna”, come venne definita da vari critici d’arte, non ha mai smesso di farsi conoscere, di andare avanti, espressione di un grande talento unito da una superba finezza e sensibilità intellettuale.

Oggi Luigina de Grandis se ne è andata ma a parlarci di Lei rimangono le sue opere esposte non solo nei più importanti musei del mondo ma anche in molte nostre case, e un libro, quel testo “Teoria e uso del colore”, che è stato e sarà di insegnamento per molti giovani studiosi.


 

 

 

 

ALDO PERO

(da TRE ARTISTE A VENEZIA, Palazzo Pisani-Revedin, Venezia, Futures Art Gallery – Novembre 2021)

Catalogo edito in occasione della mostra, a cura di Aldo Pero, © Edizioni Arte del XXI Secolo
MOVIMENTO ARTE DEL XXI SECOLO

Tre Artiste a Venezia

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